Giornata della memoria 2026: una lettera agli alunni

Una lettera indirizzata ai nostri alunni per non dimenticare e non sottovalutare "la banalità del male".

Care ragazze e cari ragazzi,

vi invitiamo a chiudere gli occhi per un momento. Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che il vostro nome, la vostra famiglia, la vostra stessa esistenza siano diventati un crimine. Non per qualcosa che avete fatto, ma semplicemente per chi siete. Immaginate che la scuola dove studiate vi chiuda le porte, che i vostri amici attraversino la strada per non salutarvi, che sulla vostra giacca venga cucita una stella gialla che grida al mondo: “Ecco il nemico”.

Questo non è l’inizio di un romanzo distopico. È ciò che accadde davvero, qui in Europa, meno di ottant’anni fa.

Il 27 gennaio 1945, quando i soldati sovietici abbatterono i cancelli di Auschwitz-Birkenau, si trovarono davanti a uno spettacolo che nessun essere umano dovrebbe mai vedere. Montagne di scarpe. Tonnellate di capelli. E migliaia di scheletri viventi, con gli occhi che avevano visto l’inferno e ne erano sopravvissuti. Quel giorno il mondo capì fino a che punto l’essere umano può spingersi quando smette di riconoscere l’umanità nell’altro.

Ma lasciate che vi si dica chiaramente: l’Olocausto non è iniziato con i campi di sterminio. È iniziato molto prima, con le parole. Con battute velenose raccontate tra sorrisi complici. Con leggi che lentamente, passo dopo passo, hanno trasformato i cittadini ebrei in “stranieri nella loro stessa patria”. È iniziato con migliaia di persone normali – insegnanti, medici, postini, padri di famiglia – che hanno scelto di obbedire piuttosto che pensare, di conformarsi piuttosto che protestare.

Hannah Arendt, una filosofa che sfuggì al nazismo, coniò un’espressione che dovremmo tutti tatuarci nella mente: “la banalità del male”. Il male assoluto non arriva sempre con le fattezze del mostro. Spesso indossa un completo grigio, timbra cartellini, torna a casa per cena e bacia i suoi figli prima di addormentarsi. Adolf Eichmann, uno dei principali architetti dell’Olocausto, durante il processo disse di aver “semplicemente obbedito agli ordini”. Come se spegnere milioni di vite potesse essere un lavoro d’ufficio.

Oggi ricordiamo sei milioni di ebrei sterminati. Ma ricordiamo anche i rom e i sinti, massacrati nei loro accampamenti. Ricordiamo gli omosessuali, marchiati con il triangolo rosa. Ricordiamo le persone con disabilità, le prime vittime del programma di eutanasia nazista. Ricordiamo i testimoni di Geova, i prigionieri politici, i partigiani, tutti coloro che osarono dire “no” quando il mondo urlava “sì”.

Ma sapete qual è la cosa che più dovrebbe colpirci quando si pensa a quei giorni? Che tra tutto quell’orrore, ci furono scintille di luce abbagliante. Oskar Schindler, un industriale tedesco che salvò 1.200 ebrei impiegandoli nella sua fabbrica. Irena Sendler, un’assistente sociale polacca che fece uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia 2.500 bambini ebrei. Famiglie comuni che nascosero vicini nelle loro soffitte rischiando la vita. Gino Bartali, il grande ciclista italiano, che pedalava per le strade della Toscana con documenti falsi nascosti nella canna della bicicletta, salvando centinaia di persone.

Questi eroi ci insegnano qualcosa di fondamentale: il coraggio è una scelta. In ogni momento storico, in ogni situazione, noi scegliamo chi essere.

E allora vi chiediamo: voi, oggi, chi scegliete di essere?

Quando vedete quel compagno che mangia sempre da solo in mensa, cosa fate? Quando sentite quella battuta razzista che fa ridere tutti, vi unite al coro o trovate il coraggio di dire “non fa ridere”? Quando qualcuno viene preso in giro per il suo aspetto, per le sue origini, per come parla, voi dove state? State con i carnefici, con le vittime, o con quegli eroi che con le loro azioni gridano “basta”?

Ricordatevi che la memoria non è un esercizio nostalgico. Non è guardare indietro con lacrime rituali una volta l’anno. La memoria è un muscolo che alleniamo per rendere più forte il nostro presente. È la bussola morale che ci impedisce di perderci quando il mondo intorno a noi impazzisce. E la storia non è un fiume che scorre da solo. Siamo noi le sue acque. Ogni nostra azione, ogni nostro silenzio, ogni nostra scelta contribuisce a determinare la direzione in cui andremo. I ragazzi della vostra età, ottant’anni fa, furono chiamati a combattere guerre che non avevano scelto, a odiare persone che non conoscevano, a diventare carnefici o vittime. Voi avete la fortuna immensa di vivere in un tempo di pace. Ma la pace non è uno stato naturale delle cose – è una conquista quotidiana che richiede vigilanza.

Quindi oggi, mentre ricordiamo, facciamoci anche una promessa. Promettiamo di essere quelli che spezzano il silenzio, non quelli che lo alimentano. Promettiamo di essere il rifugio sicuro per chi viene escluso, non l’esclusione stessa. Promettiamo di pensare con la nostra testa, anche quando tutti pensano il contrario.

Il nostro monito oggi è sì di non dimenticare mai, ma soprattutto di non restare indifferenti.

I vostri professori